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scritturacreativa [ officine meridiane ]
 



Cos'è Officine Meridiane?

Una comunità aperta di persone che condividono un interesse per la scrittura e la letteratura.

Chiunque è invitato a collaborare inviando contributi di ogni genere (notizie, informazioni, pareri, racconti) a puntoacapo@postino.it .

 

Il nuovo tema del mese è ...Wake up Taranto.
I racconti o le poesie inviati a info@puntoacapo.biz verranno pubblicati sul presente blog in modo che ognuno possa leggerli e commentarli. Prossimamente ci incontreremo di nuovo per condividere quello che abbiamo scritto e decidere come andare avanti. 

La nostra è una community “aperta”: fatevi sotto. 

Cos'è Punto a Capo?

Una associazione nata dalla volontà di un gruppo di amici di impegnarsi per creare occasioni di aggregazione, espressione e crescita culturale nella propria città.


il 28 dicembre 2005
siamo entrati nella Federazione 
di BombaCarta
questi i gruppi di scrittura creativa associati:
bombacarta (Roma)
kukuzze (Palermo) e bombacartasicilia
ulisse (Uboldo nel basso varesotto)
pietrediscarto (Reggio Calabria)
trentolegge (Trento)
ilgattocertosino (Genova)
confrontofradiversediscipline
officinemeridiane (Taranto e provincia)
cavaspina (Urbino)



Officine Meridiane...


Siamo tracce d'inchiostro versato, tentativi d'ombra, movimenti del giorno. Scriviamo adagiandoci o contraendoci per fissare e per ricordare e per mescolare parole che si uniscono o si scontrano.

Le macchie confuse s'innalzano con l'intento che comincino a crescere per oltrepassare i segni e le immagini, una sorta d'intimità si svela e di colpo siamo nudi, perché le parole ci liberano d'ogni costrizione.

A volte nel percorso l'incanto delle parole ci fa toccare ciò che non avremmo voluto neppure sfiorare, un dito appena dentro, al centro dell'emozione.

Ci fa male e ci fa bene scoprire che le parole hanno un suono ed un potere, possono scaldare e possono ferire.

Possono.

Siamo qui pronti ad accogliere le parole di chiunque, ad applaudirle, a vivisezionarle, a sbranarle ed altro ancora, di sicuro noi operai della penna e di internet, in un cantiere sempre aperto...



È stato indetto il concorso letterario
"chiavediSvolta" 2007
 per opere inedite di narrativa italiana.
 È già disponibile il bando.

 


 

 

 

 

 









CONCORSO OFFICINE MERIDIANE
"Donna trattata"
relativo al dramma della schiavitù
e della condizione della donna
soltanto per le operaie e gli opeai di O.M.
inviare gli elaborati entro il 03/05/2007
a: darcangelo_bianco@tin.it


11 dicembre 2007


Presentazione

Venerdi 14 dicembre - ore 18.30 presso la Libreria Gilgamesh (via Oberdan 45 - TA) - Cristina Zagaria incontra il pubblico per parlare del suo ultimo libro L’Osso di Dio (Dario Flaccovio Editore, 2007). Moderano Rossana Mitolo e Paola Padula. Info.




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13 settembre 2007


BombaCarta

A Roma dall'11 al 14 ottobre, riunione della federazione di Bomba Carta (di cui facciamo parte). Chiedono di noi. Ci siamo?




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10 settembre 2007


Non vedere solo notte

 di DARIO OLIVERO
da "Repubblica"
6 settembre 2007

IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA

Un'autobiografia pubblica, civile, coraggiosa. Un grido al mondo che riporta le idee più nobili di quello che chiamiamo Occidente lanciato però con la forza selvaggia dell'Africa. Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura, nigeriano, studi a Londra, esiliato politico, orfano di tanti amici, abbattuti o morti soli sotto il regime di uno degli ennesimi colpi di stato.

Soyinka il ribelle, che rifiutò la leva militare britannica, che patì il carcere per motivi di opinione, che rinunciò alla sua Africa per continuare a difenderla da lontano, che litigò a muso duro con l'allora segretario generale dell'Onu Kofi Annan rivendicando per il suo paese libere elezioni e rilascio dei detenuti politici. Soyinka il risvegliato che fu vaccinato dal colonialismo contro ogni ingiustizia, compresa quella dei suoi concittadini verso i più deboli lasciandogli una continua aspirazione alla democrazia.

Soyinka il poeta, il drammaturgo, il polemista. Soyinka il mistico, l'animista, l'africano che percorre il continente alla ricerca degli antichi dei delle montagne e dei fiumi e che dal dio inquieto del viaggio si sente posseduto. Soyinka il guitto, che ama il vino e la festa, che a volte nasconde l'allegria dietro la solitudine politica e altre volte la tristezza dietro le risate di un banchetto con gli amici. La sua storia, la sua vita, le sue battaglie, le sue sconfitte e la sua a volte inspiegabile fiducia nel futuro sono raccolte nel libro Sul far del giorno (tr. it. A. Di Maio e V. Bastia, Frassinelli, 18,50 euro).

UNA STORIA SBAGLIATA

Basterebbe leggere quella manciata di pensieri dedicati a Pier Paolo Pasolini per avere la conferma che John Berger è una grande anima. Uno di quelli che riesce a vedere la luce dove gli altri non vedono che notte. Una luce ancora più abbagliante perché affidata soltanto alla fiducia nella volontà dell'uomo. Ma in Abbi cara ogni cosa. Scritti politici 2001-2007 (tr. it. M. Nadotti, Fusi Orari, 10 euro) c'è molto altro. I sette livelli di disperazione, per esempio. Uno per ogni giorno della settimana. Un ottimo motivo per non risvegliarsi in questo mondo specie se abiti in certe parti di questo mondo: che in questa giungla di leggi non ci sono diritti, che niente migliora, l'umiliazione di non riuscire a cambiare quasi nulla, vedere chi resiste ridotto in polvere dalle bombe, il peso degli uccisi che spegne l'innocenza per sempre.

Parla di posti precisi Berger, parla di Medio Oriente, parla delle sue esperienze dirette e della sua vicinanza ad Arafat e alla causa palestinese ma l'atto d'accusa ha un respiro più ampio quando dice che qualsiasi strategia elaborata da leader politici incapaci di immaginare una simile disperazione (tutte le disperazioni) non può che fallire e reclutare sempre nuovi nemici. Oppure che di questi tempi le richieste di giustizia vengono da così tante parti che l'infinito sembra essere finalmente dalla parte dei poveri.


A FORZA DI ESSERE VENTO

Un libro sui Rom è rarissimo. Un libro che li racconti da dentro, che faccia un po' di repulisti del ciarpame ideologico che li circonda e si accatasta accanto a quello reale delle discariche dove spesso devono vivere. Colum McCann ha passato mesi nei loro campi, ha parlato, fumato, bevuto e cantato insieme a loro. Ha ascoltato storie che nessuno racconta. Le violenze inflitte loro dai gadze (i non Rom), le donne rom rese sterili a loro insaputa in un genocidio silenzioso, gli incendi e la distruzione delle loro cose, i vecchi e nuovi pogrom. Ha raccolto i loro modi di dire, proverbi, descrizioni del mondo, regole. E ha scritto un romanzo che probabilmente, finora, è il suo capolavoro: Zoli, Storia di una zingara (tr. it. M. Pavani, Rizzoli, 18 euro), liberamente tratto dalla vita della poetessa rom Papuska. Una ragazzina che perde i genitori sotto la furia nazista, impara a leggere e scrivere, diventa una poetessa e cantante, crede che il comunismo, come le ha insegnato il nonno, possa dare una speranza anche al popolo che è "fatto per avere sulla testa il cielo, non un soffitto", e per questo ripudiata dalla sua gente.




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25 agosto 2007


FUORI TEMA

 Salutami dal ponte, di Massimo Stragapede
 
 Sono in viaggio verso la Slovacchia. Il fatto di essere a cavallo di una motocicletta è solo un capriccio, uno sfizio. Avrei potuto venirci in auto e non sfidare il probabile acquazzone che mi segue minaccioso da quando ho lasciato il confine tedesco. Attraverso la Boemia, la Moravia. Al confine tra i due stati cugini non mi controllano il documento e mi lasciano passare. Strano. In genere, ad ogni frontiera la mia fisionomia arabesca istiga a controlli minuziosi di timbri e bagagli. Questa volta il possesso di una moto nuova e occidentale sembra essere stato un passaporto più convincente della mia faccia.
 
 Finalmente Bratislava. Piccola capitale col suo minuscolo centro e la solita, vasta, corolla periferica di panelak, come tutte le città che dalla Siberia a Berlino hanno condiviso fame e bandiere.
 
 Il mio amico italiano – un senza patria come me – e la sua compagna ucraina mi accolgono con calore e passiamo una bella serata insieme. Tiene banco come al solito l’eterno dilemma tra restare o ripartire e le differenze tra questa o quella nazione. La conversazione è viva, accesa. Abbiamo punti di vista comuni, ma colgo una sottile, spietata differenza. Mentre per me ed il mio amico in fondo è tutto un gioco, un altro capriccio, un altro sfizio, scegliere qui o là, per lei no. Lo si capisce dal nostro tono pacato e rilassato mentre il suo è più concitato e accompagnato da gesti duri della mano e del viso. Per lei non è un capriccio. No, non lo è.
 
 Il mattino dopo mi portano a visitare un castello che domina la confluenza della Morava nel Danubio, all’incrocio di tre nazioni. Fra quelle mura medievali c’è un’allegra cornice di turisti e figuranti in costume, di maestri d’ascia e saltimbanchi, di spadaccini e moschettieri. Siamo allegri e divertiti. Ma sulla torre più alta, lo sguardo di lei si stacca da noi e vola oltre il fiume, verso l’Austria, l’Europa, l’Ovest, la Terra Promessa. Ancora due anni e forse la Slovacchia sarà inglobata d’un balzo oltre cortina. Tre anni? Chissà. Per il momento lei guarda da questa parte del fiume con i suoi occhi di ghiaccio e vive la sua vita, fiera.
 
 Rimonto in sella e la strada del ritorno sembra più corta dell’andata, ma piove davvero, stavolta. Di nuovo la frontiera, di nuovo solo un cenno di assenso senza controllare i documenti. Prima di rinfilarmi il casco, scambio un occhiolino solidale con una motociclista di almeno quarant’anni a bordo di piccolo chopper stile easy rider. Poco distante, il marito si aggiusta la bandana e mi saluta con la mano, prima di salire sul side-car, dove lo attende suo figlio. Una famigliola su due ruote, anzi cinque. Partono prima di me, ma subito li sorpasso, rombando via. Un altro saluto ed io ricambio alzando il piede destro. Certo un motociclista non si sente mai solo. Ovunque c’è sempre un altro centauro che ti punta il dito in segno di saluto, che ti dice: “Pure tu, coglione come me? Bravo!” Oppure che alza le dita a V come a dire: “Siamo due coglioni, eh?”
 
 Qualche centinaio di chilometri che sento più nelle chiappe che nelle braccia, e inizio a vedere fiumane di motociclisti nella carreggiata opposta. Poi mi ricordo il perché: Brno! Il gran premio di Brno! Da qualche parte oltre quella collina Valentino Rossi e tutta la sarabanda hanno appena chiuso il circo. Chissà chi ha vinto.
 
 Più mi avvicino all’autodromo e più mi sento di avvicinarmi al centro del mondo. Le colline sono brulicanti di persone, di camper, di grigliate all’aperto, di striscioni, di bidoni, di tende, di colori. Polizia ad ogni svincolo e centinaia, migliaia di moto. Arrivato allo svincolo dell’autodromo mi sento all’imbocco di un formicaio, e vengo risucchiato nel flusso di formiche più imponente, quello che si muove in direzione di Praga.
 
 Non ci si saluta qui, siamo troppi. Ci si dà un’occhiata complice o di sfida o di sberleffo. Tutti quelli con la moto da corsa, scoreggiano smarmittate verso il mio enduro, con sorpassi ravvicinatissimi e smanettate sull’acceleratore. Si gioca a formare gruppi, a scioglierli, a creare parentele di cilindrata, affinità di andatura. Mi piazzo sui 140 e per tanti chilometri vengo inglobato in una carovana di tedeschi a bordo di snob BMW nuove fiammanti, da viaggio.
 
 Appena fuori la periferia di Brno faccio caso ad un cavalcavia che passa sull’autostrada: è pieno di gente! Bambini, vecchi, signore con gli occhiali e nonnetti col beretto. Aspettano. Aspettano noi. E quando passiamo, salutano.
 
 Poi incontriamo un altro ponte. E un altro ancora. Ma la scena non cambia. Sembra che tutta la gente della moravia si sia data appuntamento su questi ponti, per salutare una processione di centauri che scorre sotto di loro, come se fosse un evento d’importanza nazionale. Ma non sono solo sui ponti! Sono ovunque! Assiepati nell’erba, seduti sul guard-rail o sulle palizzate dei campi.
 
 Dai ponti, quando passiamo, iniziano timidamente a salutare i bambini. Ma i motociclisti non rispondo quasi mai, e questo mi dà fastidio. Allora io rallento, zigzago prima di arrivare al ponte in segno di saluto, poi sollevo il braccio a fatica e faccio ciao con la mano. Allora mi salutano tutti, non solo i bimbi. Mi salutano i padri, i nonni, le mamme, le cugine, i ciclisti, i ragazzotti. Cento mani salutano me, che mi sono preso una gloria così, per caso, di essere in quel posto, così, per caso, che vengo da un paese dove dai ponti delle autostrade uccidono tirando i sassi, così, per caso, perché non sappiamo più che fare il sabato sera. Così, per caso.
 
 E succede che piango di gioia, passando sotto questo ponte pieno di gente festosa, capace di emozionarsi solo per il passaggio di altra gente, ma su due ruote.
 
 Nel frattempo negli specchietti c’è un Suzuki bianco e blu che non osa sorpassarmi. Non so se perché teme poi essere risorpassato o perché si sta gustando la mia moto. Quella che cavalca lui era il mio sogno di quando ero piccolo, un mito degli anni ’70. Ma ecco che trova il coraggio e mi sorpassa. A 150 è difficile gesticolare e mi limito ad annuire col casco in segno di approvazione. Leggo la targa: è di qui. E mi sento piccolo piccolo a dover condividere con lui i saluti di tutta questa gente, che lui si merita per davvero. Con la sua passione vera di motociclista, che in anni e anni tiene in piedi quel pezzo di ferraglia datata, che gonfia il suo cuore, i suoi calli nelle mani e la sua buffa divisa da pochi soldi, comprata magari con metà del suo stipendio. Invece io mi sento quasi in imbarazzo per questa mia perfetta suite Dainese anti-pioggia anti-vento anti-tutto e il rassicurante rombo di una moto nuova ma che se si ferma l’abbandono e la faccio venire a prendere dal carro-attrezzi, mentre lui se la smonterebbe e la farebbe andare, con le unghie nere di grasso ma con l’anima intatta.
 
 Con rabbia ripenso alla mia città. Purtroppo non posso farne a meno. Là quasi tutti i motociclisti sono coglioni per davvero, senza il bisogno di indicarsi o di salutarsi con la V. La moto è solo uno spiulo, come diciamo noi, da parcheggiare il terza fila davanti ai Giardini Virgilio o per farci la passeggiata fino a Campomarino, sempre nei confini del loro piccolo, minuscolo, microcosmo.
 
 Arrivo a Praga dopo migliaia di saluti, migliaia di mani, di volti, di sorrisi. Non vedo più il Suzuki, né i BMW. Una supermoto mi sfreccia accanto in curva sfidando me e le leggi di gravità, mentre lascio l’autostrada per imboccare una strada provinciale che mi porterà verso casa.
 
 E scopro che anche in questa stradina c’è qualcuno, pochi per la verità, che aspettano l’evento. Che aspettano me. Lì su quel ponte c’è un signore in bicicletta che alza una mano ed io ricambio. Il sole sta tramontando quando imbocco una stradina secondaria proprio in direzione dei suoi raggi, che mi accecano e mi fanno rallentare, ma ormai sono vicinissimo a Chomutov.
 
 Contro luce, su quel ponte minuscolo, scorgo due figure anche qui, che mi attendono. Quella più bassa inizia a salutarmi già da lontano. Quella più alta gli accarezza teneramente il capo. Allora io alzo la visiera per vedere meglio e rallento. Mi alzo in piedi sulle pedane e faccio un grosso inchino. Rimango in piedi con gesto del saluto militare con la mano portata di taglio sul mio casco, passando sotto di loro. Poi mi risiedo e faccio ciao ciao continuando a salutare dallo specchietto.
 
 Il bimbo corre dall’altra parte del ponte per continuare a salutarmi, poi torna dal padre felice e lo abbraccia, mentre il sole scompare dietro una nuvola bassa. Da grande sarà una persona migliore di me, se porterà suo figlio a salutare da un ponte, uno sconosciuto che passa. Riabbasso la visiera e sono già lontano.
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8 agosto 2007


NTO3

NARRATORI TARANTINI DI OGGI, il 13 agosto la III edizione




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3 agosto 2007


Wake up taranto

Taranto
di Silvia Aprile


Non avrei mai pensato che fosse così facile guardare il
sole
diritto in faccia, in tutto il suo accecante splendore!

Quando il tempo è freddo ed umido, dietro i vetri del
balcone nasce un tepore piacevole. Il sole è così caldo
anche in pieno inverno che l'asfalto brucia ed emana
anch'esso calore.

Spesso all'alba il cielo è pieno di nubi che poi col
passare
delle ore si diradano sempre più fino a scoprire un cielo
terso, così azzurro da restare senza fiato fino al
tramonto,
e non c'è nulla che non luccichi e poi non si secchi,
ingiallito ed impoverito dall'estenuante calore.

Anche la gente si secca ed ingiallisce con il passare del
tempo, ma solo dopo una vita quanto più collerica
possibile.

Quì anche la lingua si secca e non esprime più le
vocali,
riduce tutto ad uno strambo grugnito consonantico senza
alcuna finale; il suono a noi più caro sarebbe una o,
chiusa
e piena di fiato.

Non c'è nulla che non sembri povero, provinciale ed anche
un
po' ridicolo al primo sguardo.

Che vogliamo farci? Questa è la realtà che ci tocca
vivere
per ora, poi si vedrà...poi avremo forse qualcosa o forse
nulla.

Si sono dimenticati di noi? O noi ci siamo dimenticati di
noi stessi? Alcuni odiano la città così tanto che
volendo da
lei vendetta non riescono ad abbandonarla; altri,
probabilmente, la amano così tanto da non riuscire né a
lasciarla né a migliorarla.

Siamo come mariti traditi, a metà strada tra il disprezzo
e
l'adorazione, perché è bella, è tanto bella e
misteriosa e
la gente è attanagliata a questo suolo inerte.




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12 luglio 2007


Racconto di Antonio Stasi

 

La Disputa

È notte fonda, mi si paventa d’innanzi, ormai spento come la vita di colui a cui era collegato dieci minuti prima, il monitor, piccolo e insensibile, ma fedele al programma per cui era stato costruito, aveva rettamente registrato i dati cardiaci fino alla fine, ossia, fino a quando di parametri non ce ne erano più.

Organigramma piatto si dice in gergo. Di films ne ho visti tanti nei quali si fa scena con questi sofisticati ausili tecnici del nostro tempo. Anche questo può essere un film, ossia un cortometraggio di una vita parimenti corta come quella di tutti noi.

Non sono un esperto, ma intuisco che le cose non vanno bene quando l’organigramma non mantiene uno stabile andamento nel tempo tra picchi e pause. Nel mio rozzo gergo mi esprimo dicendo  che è sballato; ma credo che tale modo di pronunciarsi sia compreso dalla maggior parte di tutti noi non addetti al lavoro.

Avevo pietosamente bagnato le labbra del vecchio che ansimava, tentando di insufflare aria ad ogni costo nei polmoni ormai stanchi.

Il suo cuore vibrava, più che pompare, disordinatamente, aumentando i battiti fino a 110 al minuto. Sembrava un motore che ostinatamente non voleva arrendersi, consapevole leader degli organi, alle fine della sua storia.

Di li a qualche attimo il figlio del vecchio signore compare nell’ultima scena, alla maniera di in un copione che non può permettersi di sprecare attimi preziosi della sequenza. Tutto sembra risolversi nei tempi ristretti che la regia divina impone.

Con amorevole cura si ostina ad idratarne la bocca perennemente aperta, forse ancora affamata di vita che nessuno potrà più insufflargliela.

Di li a poco, quasi a voler rispettare gli ultimi attimi del vecchio genitore, esce in corridoio, per farvi ritorno qualche secondo dopo. Lo avverto che i battiti cardiaci sono scesi drasticamente, oscillando tra 20 e 30 al minuto. Non sono un esperto, ma mi sembravano veramente pochi. Il figlio, quasi timoroso di disturbare l’operatore medico alla sala di guardia, tentenna un poco, ma si decide di avvertirlo. L’infermiera gli dice che non ci sono problemi che è tutto sotto controllo.

I miei cinquanta anni mi hanno portato ad una patologica diffidenza generale, e verso la classe medica in particolare.

Insisto, dico al figlio le mie impressioni, sono troppo pochi i battiti. Questi diminuiscono drasticamente, 15; 0. solo adesso vedo correre il personale medico quasi tutto femminile. Anche il medico di guardia è una donna, una ragazza molto giovane. Sballottano goffamente spingendo  un paio di macchine, ci dicono di uscire. Almeno una di queste era un defibrillatore. I loro intenti non mi convincono. Mi è chiaro l’epilogo senza appello; suo padre oramai ha smesso di soffrire, sta in quel mistero nel quale ognuno di noi vorrebbe sbirciare.

Sento che il figlio vuole distrarsi; gli parlo del caso, rimembrando nelle mie limitate conoscenze mediche. Mi ascolta, vuole razionalizzare  l’evento per quanto ci possa riuscire.

 Trascorre qualche minuto durante il quale il personale medico tenta di invertire, di allontanare la signora in nero con la sua grande falce. Ma loro non si accorgono che la dama incappucciata è ormai distante, si gira  verso di noi, abbozza un sogghigno parzialmente offuscato dal cappuccio che gli pende sul non volto.

Credo che la prassi richieda che sia il medico ad avvertire i parenti. Mi allontano discretamente di qualche; intuisco cosa la dottoressa si accinga a dire al figlio il quale, forse, è ancora distante dal comprendere cosa sia la morte.

–non ce l’abbiamo fatta, abbiamo provato, è inutile accanirsi….. Sono frammenti di frasi che nell’ormai silenzioso corridoio mi giungono all’orecchio.

Trascorre qualche altro minuto durante il quale nel figlio inizia a filtrare la consapevolezza che l’essere , artefice del suo patrimonio genetico, delle cure e l’impegno che certamente avrà tenuto per tutta la vita, non lo rivedrà mai più. Con questo sarei curiosa di sapere cosa significhi per chi mi legge “mai più”, perché a me non sovviene l’immenso, l’infinito o il mai eterno.

Il reparto ripiomba nel silenzio rotto da sottili sprazzi di pacati lamenti. La notte prosegue, ma solo per qualche minuto. I restanti pazienti della stanza nel quale è deceduto l’anziano signore, non si accorgono o qualcosa allontana dalla loro consapevolezza, il dramma dell’accaduto.

D’improvviso altre grida interrompono la quiete. Corri, correte, defibrillatore…….. Altra corsa per tentare di rianimare un altro essere umano in un paio di sale più in là. Apprendo solo al mattino che la signora in nero aveva vinto ancora.

Stando in un posto del genere si capisce di quanto in fondo sia naturale oltrepassare la soglia spesso oltremodo temuta….

 

Antonio Stasi, da un' esperienza recente vissuta nell’ospedale “Santissima Annunziata di Taranto”, reparto cardiologia.




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3 luglio 2007


Peggio per voi che non c'eravate

Io Salvatore e Letizia se un giorno decideremo di fare un viaggio insieme, sicuramente dovremmo portare con noi un navigatore satellitare…per non perderci
Al nostro arrivo c’era il dolce sorriso di Angela e quello spensierato di Antonio, mentre una cagnetta nera ci scodinzolava dall’alto di un terrazzo, poi piante ovunque.
"Al Pargolo" è un luogo sereno e accogliente, un bel posto per incontrarsi e fare degli incontri di lettura.
Sapevamo già che eravamo gli unici meridiani poi all’arrivo di una coppia di viaggiatori e amici degli ospiti di casa, chissà perché abbiamo avvertito che non sarebbe arrivato più nessuno.
Siamo stati bene e volevamo comunicarvelo
A turno abbiamo espresso le nostre riflessioni, dopo aver ascoltato uno scritto filosofico di Antonio, sul mondo che attualmente ci circonda su come la scrittura potrebbe incidere sui cambiamenti che si spera avvengano per poter vivere meglio.
Riflessioni profonde sotto un cielo dominato dalla luna piena, battute scherzose, confidenze, risate, sparato a zero sulla situazione attuale di officine meridiane ma anche voglia di non mollare, di progettare, di aprire un dibattito, cominciato in Via Duca di Genova durante l’ultima riunione.
Chiaramente desideriamo tutti/e vivere tranquillamente la pausa estiva e sicuramente riprendere i rapporti amichevoli che sempre hanno caratterizzato il clima dei nostri incontri
Anche se un segnale voglio lanciarlo perché molti/e sono andati via nel nulla e non va bene, certo nessuno ha firmato un contratto con O.M. nessuno è obbligato a restare.
Ci piace però lasciare un’impronta così che almeno se uno va via, perché probabilmente si è rotto di scrivere o di associarsi, oppure si è rinchiuso da qualche parte con l’amante o per una qualsiasi motivazione, ogni tanto però si possa affacciare per dire qualcosa, ( il blog è qui anche per questo )altrimenti si pensa ad una fuga, a una delusione.
Ci è stata una critica di una persona giovane ( e si sa che le analisi giovanili hanno il loro peso ) mossa nei nostri confronti, questa ragazza venendo alle nostre riunioni ha avuto il sentore di un gruppo che si esibisce e che fa gara.
Bene siamo in gamba non c’è dubbio perché O. M. ha fatto un sacco di cose e anche come si deve, prossimamente faremo autocritica ma soprattutto autocoscienza sul dopo Maurizio.
Una cosa è chiara vogliamo continuare anche in pochi, vogliamo essere laboratorio di scrittura in primis e quindi operarci per una progettualità e vogliamo che ci sia impegno ma anche leggerezza, divertimento
Officine Meridiane deve essere un’oasi, non uno stress e dobbiamo conoscerci meglio, incontrarci mangiando insieme, perché così si entra meglio nell’altro, s’impara a volersi bene, ad essere gruppo.
Si scoprono tante cose stando insieme, il velo delle apparenze cade, cadono gli schemi, cambiano i punti di vista
Dobbiamo giocare, un gioco che porti trasformazione, perché la realtà è cupa, soffocante è questo è il momento del cambiamento, approfittiamone
E poi da che mondo è mondo gli scrittori s’incontrano e si scambiano pensieri, litigando anche, che male c’è?
Ora è tempo della pace, di ritornare all’armonia, questo mio scritto è un chiedere scusa per tutte le brutte cose che ho detto, scritto e pensato, vogliatelo accettare come petali da spargere nell’aria
Lia




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28 giugno 2007


Notizia non positiva

ma non è il caso di fare una tragedia, avevo anche pensato di travestirmi da Federico Re, visto anche i miei...precedenti... "clicca qui" ( leggi il post del 21 giugno )
Insomma avete capito Federico Re, si scusa con noi e io con voi ma non viene più in Puglia, cmq io e Antonio abbiamo pensato d'incontrrci noi di OfficineMeridiane, di stare insieme e ognuno legge liberamete quello che desidera venga ascoltato, ci sarà un pubblico invitato da Antonio, sicuramente sarà piacevole come quella volta che c'era Maurizio, ricordate? Abbiamo bisogno in questo momento di stare insieme.
Mettiamoci daccordo su cosa portare da mangiare, per non portare come dice Salvatore "tutti il solito cocomero".
Date notizia tra i commenti, chi viene chi non viene, con chi venite, come vi vestite, insomma qualunque cosa, pur di dimostrare che abbiamo ripreso a respirare...chiaramente l'invito è aperto ai pacchiani e agli amici degli amici
Allora cari/e ci vediamo ugualmente da Antonio e Angela, ci aspettano alle ore 19:00 di domenica 1 luglio, tra l'altro in un commentano dicono:
Salve,
di seguito vi è qualche breve indicazione per giungere presso la mia abitazione:
· Chiedere della stazione ferroviaria.
· Superare il cavalcavia della stazione e svoltare a sinistra.
· Proseguire per circa 400 metri fino a trovare sulla vostra destra un grosso autolavaggio. A fianco dell'ingresso dell'autolavaggio troverete una stradina la cui indicazione specifica “Via Guglielmi 2^ traversa”.
· Percorrere per 300 metri la stradina, la villa è la penultima sulla destra, al numero 6, prima del termine della via.
· Benvenuti al B&B “al Pergolo”.
Vi aspetto numerosi e ..
Antonio e Angela




permalink | inviato da scritturacreativa il 28/6/2007 alle 15:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


1 giugno 2007



12 maggio 2007: Wake up Taranto




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