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FUORI TEMA

 Salutami dal ponte, di Massimo Stragapede
 
 Sono in viaggio verso la Slovacchia. Il fatto di essere a cavallo di una motocicletta è solo un capriccio, uno sfizio. Avrei potuto venirci in auto e non sfidare il probabile acquazzone che mi segue minaccioso da quando ho lasciato il confine tedesco. Attraverso la Boemia, la Moravia. Al confine tra i due stati cugini non mi controllano il documento e mi lasciano passare. Strano. In genere, ad ogni frontiera la mia fisionomia arabesca istiga a controlli minuziosi di timbri e bagagli. Questa volta il possesso di una moto nuova e occidentale sembra essere stato un passaporto più convincente della mia faccia.
 
 Finalmente Bratislava. Piccola capitale col suo minuscolo centro e la solita, vasta, corolla periferica di panelak, come tutte le città che dalla Siberia a Berlino hanno condiviso fame e bandiere.
 
 Il mio amico italiano – un senza patria come me – e la sua compagna ucraina mi accolgono con calore e passiamo una bella serata insieme. Tiene banco come al solito l’eterno dilemma tra restare o ripartire e le differenze tra questa o quella nazione. La conversazione è viva, accesa. Abbiamo punti di vista comuni, ma colgo una sottile, spietata differenza. Mentre per me ed il mio amico in fondo è tutto un gioco, un altro capriccio, un altro sfizio, scegliere qui o là, per lei no. Lo si capisce dal nostro tono pacato e rilassato mentre il suo è più concitato e accompagnato da gesti duri della mano e del viso. Per lei non è un capriccio. No, non lo è.
 
 Il mattino dopo mi portano a visitare un castello che domina la confluenza della Morava nel Danubio, all’incrocio di tre nazioni. Fra quelle mura medievali c’è un’allegra cornice di turisti e figuranti in costume, di maestri d’ascia e saltimbanchi, di spadaccini e moschettieri. Siamo allegri e divertiti. Ma sulla torre più alta, lo sguardo di lei si stacca da noi e vola oltre il fiume, verso l’Austria, l’Europa, l’Ovest, la Terra Promessa. Ancora due anni e forse la Slovacchia sarà inglobata d’un balzo oltre cortina. Tre anni? Chissà. Per il momento lei guarda da questa parte del fiume con i suoi occhi di ghiaccio e vive la sua vita, fiera.
 
 Rimonto in sella e la strada del ritorno sembra più corta dell’andata, ma piove davvero, stavolta. Di nuovo la frontiera, di nuovo solo un cenno di assenso senza controllare i documenti. Prima di rinfilarmi il casco, scambio un occhiolino solidale con una motociclista di almeno quarant’anni a bordo di piccolo chopper stile easy rider. Poco distante, il marito si aggiusta la bandana e mi saluta con la mano, prima di salire sul side-car, dove lo attende suo figlio. Una famigliola su due ruote, anzi cinque. Partono prima di me, ma subito li sorpasso, rombando via. Un altro saluto ed io ricambio alzando il piede destro. Certo un motociclista non si sente mai solo. Ovunque c’è sempre un altro centauro che ti punta il dito in segno di saluto, che ti dice: “Pure tu, coglione come me? Bravo!” Oppure che alza le dita a V come a dire: “Siamo due coglioni, eh?”
 
 Qualche centinaio di chilometri che sento più nelle chiappe che nelle braccia, e inizio a vedere fiumane di motociclisti nella carreggiata opposta. Poi mi ricordo il perché: Brno! Il gran premio di Brno! Da qualche parte oltre quella collina Valentino Rossi e tutta la sarabanda hanno appena chiuso il circo. Chissà chi ha vinto.
 
 Più mi avvicino all’autodromo e più mi sento di avvicinarmi al centro del mondo. Le colline sono brulicanti di persone, di camper, di grigliate all’aperto, di striscioni, di bidoni, di tende, di colori. Polizia ad ogni svincolo e centinaia, migliaia di moto. Arrivato allo svincolo dell’autodromo mi sento all’imbocco di un formicaio, e vengo risucchiato nel flusso di formiche più imponente, quello che si muove in direzione di Praga.
 
 Non ci si saluta qui, siamo troppi. Ci si dà un’occhiata complice o di sfida o di sberleffo. Tutti quelli con la moto da corsa, scoreggiano smarmittate verso il mio enduro, con sorpassi ravvicinatissimi e smanettate sull’acceleratore. Si gioca a formare gruppi, a scioglierli, a creare parentele di cilindrata, affinità di andatura. Mi piazzo sui 140 e per tanti chilometri vengo inglobato in una carovana di tedeschi a bordo di snob BMW nuove fiammanti, da viaggio.
 
 Appena fuori la periferia di Brno faccio caso ad un cavalcavia che passa sull’autostrada: è pieno di gente! Bambini, vecchi, signore con gli occhiali e nonnetti col beretto. Aspettano. Aspettano noi. E quando passiamo, salutano.
 
 Poi incontriamo un altro ponte. E un altro ancora. Ma la scena non cambia. Sembra che tutta la gente della moravia si sia data appuntamento su questi ponti, per salutare una processione di centauri che scorre sotto di loro, come se fosse un evento d’importanza nazionale. Ma non sono solo sui ponti! Sono ovunque! Assiepati nell’erba, seduti sul guard-rail o sulle palizzate dei campi.
 
 Dai ponti, quando passiamo, iniziano timidamente a salutare i bambini. Ma i motociclisti non rispondo quasi mai, e questo mi dà fastidio. Allora io rallento, zigzago prima di arrivare al ponte in segno di saluto, poi sollevo il braccio a fatica e faccio ciao con la mano. Allora mi salutano tutti, non solo i bimbi. Mi salutano i padri, i nonni, le mamme, le cugine, i ciclisti, i ragazzotti. Cento mani salutano me, che mi sono preso una gloria così, per caso, di essere in quel posto, così, per caso, che vengo da un paese dove dai ponti delle autostrade uccidono tirando i sassi, così, per caso, perché non sappiamo più che fare il sabato sera. Così, per caso.
 
 E succede che piango di gioia, passando sotto questo ponte pieno di gente festosa, capace di emozionarsi solo per il passaggio di altra gente, ma su due ruote.
 
 Nel frattempo negli specchietti c’è un Suzuki bianco e blu che non osa sorpassarmi. Non so se perché teme poi essere risorpassato o perché si sta gustando la mia moto. Quella che cavalca lui era il mio sogno di quando ero piccolo, un mito degli anni ’70. Ma ecco che trova il coraggio e mi sorpassa. A 150 è difficile gesticolare e mi limito ad annuire col casco in segno di approvazione. Leggo la targa: è di qui. E mi sento piccolo piccolo a dover condividere con lui i saluti di tutta questa gente, che lui si merita per davvero. Con la sua passione vera di motociclista, che in anni e anni tiene in piedi quel pezzo di ferraglia datata, che gonfia il suo cuore, i suoi calli nelle mani e la sua buffa divisa da pochi soldi, comprata magari con metà del suo stipendio. Invece io mi sento quasi in imbarazzo per questa mia perfetta suite Dainese anti-pioggia anti-vento anti-tutto e il rassicurante rombo di una moto nuova ma che se si ferma l’abbandono e la faccio venire a prendere dal carro-attrezzi, mentre lui se la smonterebbe e la farebbe andare, con le unghie nere di grasso ma con l’anima intatta.
 
 Con rabbia ripenso alla mia città. Purtroppo non posso farne a meno. Là quasi tutti i motociclisti sono coglioni per davvero, senza il bisogno di indicarsi o di salutarsi con la V. La moto è solo uno spiulo, come diciamo noi, da parcheggiare il terza fila davanti ai Giardini Virgilio o per farci la passeggiata fino a Campomarino, sempre nei confini del loro piccolo, minuscolo, microcosmo.
 
 Arrivo a Praga dopo migliaia di saluti, migliaia di mani, di volti, di sorrisi. Non vedo più il Suzuki, né i BMW. Una supermoto mi sfreccia accanto in curva sfidando me e le leggi di gravità, mentre lascio l’autostrada per imboccare una strada provinciale che mi porterà verso casa.
 
 E scopro che anche in questa stradina c’è qualcuno, pochi per la verità, che aspettano l’evento. Che aspettano me. Lì su quel ponte c’è un signore in bicicletta che alza una mano ed io ricambio. Il sole sta tramontando quando imbocco una stradina secondaria proprio in direzione dei suoi raggi, che mi accecano e mi fanno rallentare, ma ormai sono vicinissimo a Chomutov.
 
 Contro luce, su quel ponte minuscolo, scorgo due figure anche qui, che mi attendono. Quella più bassa inizia a salutarmi già da lontano. Quella più alta gli accarezza teneramente il capo. Allora io alzo la visiera per vedere meglio e rallento. Mi alzo in piedi sulle pedane e faccio un grosso inchino. Rimango in piedi con gesto del saluto militare con la mano portata di taglio sul mio casco, passando sotto di loro. Poi mi risiedo e faccio ciao ciao continuando a salutare dallo specchietto.
 
 Il bimbo corre dall’altra parte del ponte per continuare a salutarmi, poi torna dal padre felice e lo abbraccia, mentre il sole scompare dietro una nuvola bassa. Da grande sarà una persona migliore di me, se porterà suo figlio a salutare da un ponte, uno sconosciuto che passa. Riabbasso la visiera e sono già lontano.
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Pubblicato il 25/8/2007 alle 12.51 nella rubrica Diario.

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